I benpensanti sono sollevati dalla sconfitta di Wilders, ma molte delle sue giuste battaglie non saranno vinte

Le elezioni del 12 settembre hanno ridotto il Partito per la libertà in un cumulo di macerie. Il popolo ha votato – e il popolo ne ha abbastanza di Geert Wilders. Il leader dalla chioma bionda già negli ultimi mesi sembrava un po’ spento, come se pure lui stesso ne avesse abbastanza di se stesso e del suo partito. Sfiancato, combattuto, persino Wilders sembra stanco di Wilders. E dopo le elezioni, che gli hanno lasciato soltanto 15 seggi, è anche zoppicante. di Van Rossem
7 AGO 20
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Le elezioni del 12 settembre hanno ridotto il Partito per la libertà in un cumulo di macerie. Il popolo ha votato – e il popolo ne ha abbastanza di Geert Wilders. Il leader dalla chioma bionda già negli ultimi mesi sembrava un po’ spento, come se pure lui stesso ne avesse abbastanza di se stesso e del suo partito. Sfiancato, combattuto, persino Wilders sembra stanco di Wilders. E dopo le elezioni, che gli hanno lasciato soltanto 15 seggi, è anche zoppicante. Non sorprenderebbe, entro poco, una sua uscita di scena definitiva: casetta in Bonaire, costume da bagno rosa, e via. Otto anni di lotta, pochi risultati: strozzato da un cordone di partiti, da molti media, e con il colpo di grazia inferto da Mark Rutte, ex alleato e leader del partito in cui Wilders è cresciuto politicamente. Però la colpa vera del crollo di Wilders è se stesso. La sua xenofobia, la criminalizzazione degli avversari e il caso politico scatenato contro i polacchi: ragazzate politiche intrecciate a una sempre più accesa rabbia populista. Eppure il suo crollo politico è una perdita per il Parlamento dell’Aia che, difendendosi con il politically correct, lascia senza soluzione molti problemi.
Nel 2004 Wilders lasciò il Partito liberale in rotta con la dirigenza, che secondo lui non era più abbastanza di destra. La crescente popolarità del suo Partito della libertà gli dava ragione. L’insoddisfazione di una società piena di immigrati inattivi e criminali, la crescente presenza dell’islam e un largo risentimento verso la “clique de l’Aia”, come la chiama Wilders, che tende tutta a uniformarsi verso il centro, contribuirono a costituire una base valida per i suoi discorsi forti e per le sue chiare e politicamente scorrette opinioni. Ma i ben pensanti non glielo permisero. Stampa e politica lo attaccarono ferocemente, minacce di morte lo costrinsero a una permanente attenzione alla sicurezza personale. Lui però divenne più forte, deciso e potente. Un processo, voluto da un paio di sempliciotti che nessuno avrebbe preso sul serio se non avessero tentato di far tacere Wilders, ha avuto come risultato una vittoria elettorale, con 25 seggi nel 2010 e il leader Wilders più combattivo che mai.
I liberali e i cristiano-democratici gli hanno dato la possibilità di governare, in un impossibile appoggio esterno condannato al fallimento. Ma Geert ha rovinato tutto per se stesso, abbandonando i negoziati sul bilancio del 2013. Poi è rotolato verso le elezioni del 12 settembre scorso, mentre i suoi compagni di partito se ne andavano o riversavano la loro frustrazione contro il Partito della libertà. Wilders nel frattempo ha cambiato target, dall’islam è passato alla federalizzazione lampo e antidemocratica dell’Unione europea, ma la sua retorica s’è fatta sempre più fatua, la sua voce più stridente, i suoi punti di vista più maniacali. Otto anni di guardie del corpo, otto anni sotto una campana di vetro, per poi vedere tutto frantumarsi intorno a te: un’uscita frustrante. Ciò che resta è la delusione del cambiamento e un buco a destra.
La verde Jolande Sap (maestra invadente che ha decimato il suo partitino) per prima ha gridato vittoria a nome dei tanti nemici di Wilders. La bestia è stata domata, lo Hofvijver, lo stagno davanti al Parlamento, è di nuovo piatto come uno specchio. E’ il ritorno alla normalità. Ma il populismo e il disagio sociale non spariscono con la disfatta di Wilders. Gli olandesi che si sentono di destra ora hanno un problema. Il Partito liberale, grande vincitore delle elezioni, è rimasto poco di destra, e nemmeno tanto liberale. Chi potrà ancora, ora che anche i socialdemocratici stanno andando verso il governo, intervenire nella giungla di sovvenzioni e sussidi che eufemisticamente chiamiamo “società multiculturale”? E chi deve mettere un limite al pozzo senza fondo che è diventata l’Eurozona, mentre tutti quei miliardi per il Fondo di stabilità finiranno per accelerare lo smantellamento del sistema dell’istruzione pubblica e della sanità?
Geert Wilders ha sopravvalutato il suo tocco, credendo i suoi elettori più duri, più di destra e più arrabbiati di quanto fossero veramente. Così si è strangolato. Ma se per l’Olanda è forse un sollievo che il Geert esagitato debba darsi una regolata, i problemi reali rimangono intatti. Dovrà andare tutto davvero storto prima che si presentino leader moderni e decisi? Speriamo che non sia troppo tardi. Ma come Pim Fortuyn, anche Geert Wilders non ha mai avuto un’onesta chance democratica. E’ quello che lo ha portato verso la disperazione, e quella disperazione è diventata la sua rovina politica. Ma con altrettanta chiarezza si è dimostrato il fallimento delle istituzioni “moralmente superiori” che governano l’Olanda. La democrazia esiste soltanto per coloro che vogliono giocare in maniera educata. Per il resto non c’è posto. Il 12 settembre, Geert ha imparato la dura lezione.
Van Rossem dal sito politico Geen Stijl (Destra critica)
(traduzione di Barbara Boon)